mercoledì 10 agosto 2016

Recensione: "Lettera al padre" di Franz Kafka

Iniziamo dicendo che Kafka non è tra i miei scrittori preferiti.
Potreste chiedermi allora perché leggere questo libro? Forse è un po' strano, ma  mi piace scoprire la persona che si nasconde dietro l'artista. Per la stessa ragione ho letto il De Profundis di Wilde, dove viene fuori l'uomo intelligente e sensibile che si celava sotto l'immagine del dandy.
Vi tolgo subito il dubbio (semmai lo aveste); Lettera al padre non mi è piaciuto.


 

 La lettera costituisce un atto di accusa dello scrittore verso il padre a cui indirettamente addossa la colpa di tutte le sue inquietudini. Kafka infatti ritiene che la sua mancanza di autostima, le sue carenze in ambito sociale, le sue insicurezze e debolezze siano la conseguenza dello stile educativo rigido ed intransigente che gli è stato imposto fin da piccolo. Le critiche, le umiliazioni, le derisioni e gli attacchi subiti invece di renderlo più forte (come secondo Franz era intenzione del padre) lo hanno reso debole, insicuro, segnandogli il carattere.
 
Di sicuro quello che emerge da questa lettera è che padre e figlio avessero due caratteri diametralmente opposti: il primo forte, autoritario, dominante e pragmatico, l'altro più sensibile, introverso e influenzabile. Attraverso gli occhi dello scrittore ci troviamo davanti ad un uomo austero e insensibile, che quasi gode nel mortificare i propri figli, ma c'è da chiedersi si può davvero prendere alla lettera quanto scritto?
Secondo me no. A Kafka, turbato dalla diagnosi di tubercolosi appena ricevuta, questa lettera serve da sfogo e proprio questo ne delinea la mancanza di obiettività. Lo scrittore in queste pagine apre il proprio cuore, ma nonostante avesse già 36 anni all'epoca, sembra di assistere allo sfogo ribelle di un adolescente, piuttosto che al discorso di un uomo adulto. Ulteriore prova è la contraddittorietà che permea tutta la missiva: Franz accusa ma non incolpa, lancia il sasso e nasconde la mano.
 
Lo stesso Kafka ammette di avere egli stesso delle responsabilità nell'essere diventato ciò che è, salvo poi non dire quali queste siano.
Io credo che sì lo stile educativo rigido e autoritario paterno abbia influenzato il giovane Franz, ma in parte ciò che è diventato è il risultato delle sue scelte, avendo evitato ogni opportunità di spezzare questo legame da cui si sentiva oppresso. E non dimentichiamo che, come dice lo stesso autore, se il padre era assai severo la madre riservava a lui molte attenzioni proteggendolo spesso dall'intransigenza dell'uomo. Per cui non è che Kafka fosse un bambino abusato in balia della sola figura paterna, aveva comunque nella madre un genitore affettivo capace di soddisfare le esigenze del suo animo sensibile.
Inoltre non va scordato neanche il momento storico e il contesto sociale in cui l'autore è vissuto. In quegli anni le stesse convenzioni sociali volevano la figura paterna come autoritaria, austera e severa (basti guardare alcune teorie di Freud).
Ed anche le continue recriminazioni rispetto al mancato riconoscimento del suo talento vanno, allo stesso modo, inquadrate in un contesto più ampio. Non era solo il padre a non vedere il potenziale nelle opere di Kafka, ma tutti i suoi contemporanei con l'unica eccezione di Max Brond. Per cui, alla luce del carattere pragmatico di Hermann Kafka,  non dovrebbe sorprendere che fosse più interessato a spingere il figlio a trovare un lavoro che lo aiutasse a rendersi economicamente indipendente (atteggiamento che non trovo da biasimare in toto) piuttosto che a perseguire sogni che avrebbero potuto rimanere tali.
 
Con questo non voglio sminuire le sofferenze o gli attriti tra i due e di sicuro, visto il carattere particolarmente sensibile dello scrittore, uno stile educativo meno rigido ed una figura paterna più affettiva e meno intransigente si sarebbe rivelato più adatto e proficuo. Il peso del rapporto tra i due ha così influenzato lo scrittore da segnarne le opere in cui spesso si ritrovano quelle dinamiche logore che caratterizzano la relazione padre - figlio (basta guardare la Metamorfosi).
Quello che voglio dire è che il padre di Kafka era un uomo normale con pregi e difetti, magari non dotato del carattere più idoneo per crescere un ragazzo suscettibile e ipersensibile, ma lontano dalla figura mostruosa che leggendo emerge. L'uomo infatti ha permesso al figlio di studiare, di seguire la sua passione (per quanto non condivisa) e, come spesso Franz ripete, non ha mai alzato le mani sul figlio. I due semplicemente non si capivano e non facevano sforzi per mettersi nei panni dell'altro ed in questo mostrano un atteggiamento simile.
  
Come il De Profundis è stato capace di affascinarmi tanto da avermi fatto desiderare di conoscere il Wilde-uomo, Lettera al padre presenta l'immagine di un Kafka che accusa il padre, ma senza la forza di farlo apertamente dipingendo il ritratto di uomo che non credo mi piacerebbe conoscere.
Non discuto stile, forma o contenuto, essendo una lettera privata sarebbe inutile analizzarla come fosse opera di finzione. Semplicemente esprimo la mia opinione personale su quello che emerge di Kafka-uomo da queste poche pagine. Nonostante la brevità l'ho trovato una lettura pesante, che però ha avuto il merito si svelare quanto le opere kafkiane rispecchino l'animo reale del loro autore.

Voi cosa ne pensate? Avete letto questa lettera?

 
 
Titolo: Lettera al padre
Autore: Franz Kafka
Editore: Newton Compton
Pagine: 57
Prezzo: ebook € 0.99

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